PENSIERI SCONNESSI IN UNA NOTTE DI QUASI LUNA PIENA
"Un’immagine fumosa, eterea. Un fascio lunare bianco, intenso che attraverso i rami di un albero maestoso raggiunge la terra, sfiora i fili d’erba protesi verso il cielo. E lì, immobile, ti ho visto. Il candore della luna ti donava un aspetto angelico. Una donna di altri tempi. Una donna fuori dal tempo, di un’altra dimensione dove il ritmo dell’orologio scandisce un’altra danza. Osservavo tutto di te, i tuoi lunghi capelli biondi e il tuo vestito bianco, i tuoi movimenti, lenti e dolci. I nostri sguardi si sono incontrati e mi hai detto di seguirti. Ero ipnotizzata da te. Così ti ho seguito ed ho osservato attraverso i tuoi occhi." [....]
“Quando tra il cielo e il mare, i pesci volanti, ciechi e vedenti insieme, scoprono come fulminati, un altro universo, come volete che non siano muti, i pesci volanti? Come potrebbe essere il loro canto?” (Luis Cardoza y Aragón).
È venerdì sera e questa frase regalatami da un mio amico mi entra nella mente. Mi colpisce. Riassume una sensazione che mille volte ho provato scrutando l’orizzonte, seduta sulla battigia della mia spiaggia. Scrutavo la congiunzione del mare e del cielo, al di là dell’orizzonte, proprio immersa in un’altra dimensione, in un’altra realtà. Non lo sapevo ancora, ma era una frase profetica. Una frase che avrebbe guidato la mia memoria in un cammino verso il passato, verso ricordi e sensazioni sepolte.
Sabato mattina in treno. Rileggo la frase e cerco di rispondere al mio amico. Già comincio un viaggio personale, un viaggio nella memoria. Inconsapevolmente preparavo il terreno per ciò che da lì a poche ore mi sarebbe stato richiesto.
Sono a Trento. Sono in una palestra al seminario di teatrodanza dal titolo Gesto Autentico. Con me altri 15 ragazzi curiosi come me di vedere e scoprire dove Sisina ci condurrà. La struttura del corpo, fatta di carne e ossa, uguale per tutti, derivante dal proprio patrimonio genetico, e l’atteggiamento posturale, quello influenzato dalle nostre esperienze, dalle nostre emozioni. Guardo il mio corpo, lo osservo. Comincio a percepire ogni singolo muscolo, ogni singola parte del mio corpo.
Ed ecco le domande, le riflessioni. La storia della mia nascita, le condizioni prenatali genitoriali. Primi ricordi di movimento. Tecniche di addestramento. Ambiente in cui sono vissuta. Commenti relativi all’aspetto corporeo che ho subito. Il mio atteggiamento verso la sensualità e la sessualità.
Sono riflessioni sulla mia struttura corporea. Cerco di pensare solo al mio corpo, solo alla struttura corporea, eppure non riesco a scindere dai ricordi. Riaffiorano nella mente tanti episodi, tante sensazioni e non riesco a slegarle dalla struttura del mio corpo. Rispondere alle singole domande solo dal punto di vista corporeo non mi basta, voglio andare oltre. Andare dentro alle sensazioni che pian piano risalgono in superficie. Così ogni riflessione diventa uno spunto di elaborazione della mia persona, di come sono adesso e di come ero allora, tanti anni fa. Ricostruisco la mia storia. Alcuni pezzi. Giusto un’infarinatura per ogni punto.
I miei genitori avevano già una figlia e dopo circa cinque anni e mezzo sono nata io alle 23.45 del 27 febbraio di quasi 31 anni fa. Mia mamma era felice, godeva di ottima salute, insomma le sue condizione psicofisiche erano buone. Ero una figlia desiderata, anche se in realtà mio padre voleva un maschio. Credo che questo desiderio di mio padre abbia molto influenzato il mio atteggiamento, il mio comportamento. Tutt’ora posso dire che a volte mi sento un maschio, che affronto alcune situazioni con atteggiamento maschile. Cerco di distogliere il mio pensiero da questa elaborazione. Cerco di concentrare la memoria sul mio corpo di bambina. Cerco di ricordare i primi movimenti. È difficile. Mi sembra di confondere i ricordi con le fotografie e i racconti di mia madre. Chiudo gli occhi e mi lascio guidare dalla memoria. Riaffiora la sensazione di libertà. Mi rivedo bambina, sempre in corsa ovunque, in giardino per le scale, sulla rampa del garage; e sui pattini sulla terrazza. I primi movimenti vividi che ho, le mie corse e le mie cadute con le ginocchia sempre rotte, sbucciate. Rivedo il mio ambiente, la mia casa, la mia strada, ma soprattutto il mare. Il mio caro e amato mare. Improvvisamente un ricordo si fa spazio mentre contemplo l’immensità blu dell’acqua salata. Mi rivedo bambina sull’altalena. Sono in montagna a casa di mia nonna. Sono sull’altalena costruita da mio zio, il fratello di mia mamma. Semplice. Un’altalena semplice fatta da una lunga catena e un’asse di legno, appesa ad una trave della “suppinna”, una costruzione rurale una specie di cantina aperta, senza porta, posta al di sotto della casa di mia nonna. Ed ecco di nuovo la sensazione di libertà, la sensazione di indefinito. Guardo il mondo che mi sta attorno con gli occhi di bambina. Osservo il cielo e la montagna che ho di fronte, che ad ogni mio movimento si allontana e si avvicina. Mi guardo allo specchio. Cerco di ricordare il mio corpo. Di come ero. Quali apprezzamenti potesse fare mia madre. Questo è facile. I miei genitori dicevano sempre che ero troppo magra. Che ero una disperazione. Che non mangiavo mai. Terribile. Sorrido guardandomi adesso. Non sembro proprio una persona che potesse essere magra. Eppure era così. Ricordo le ossa sporgenti della mia cassa toracica. Ricordo che quando respiravo profondamente si poteva vedere l’incavo dello stomaco e la mia cassa toracica storta, con le costole della parte destra più in alto. Sembravo una bambina del Biafra, non così pelle e ossa, ma quasi, e senza pancia gonfia. Ora mi sento così stupida e sciocca pensando a quanti bambini siano morti per mancanza di cibo. Inaspettatamente una frase riecheggia nella mia mente <cammini come tuo padre, con i piedi alla “dieci e dieci”>. Non ricordo chi lo disse, ma sicuramente mia sorella o mia madre, so per certo che sono dovuta andare in palestra per correggere questo difetto che a dir la verità non ho corretto, cammino ancora con i piedi alla “dieci e dieci”. Non sempre ma lo faccio, me ne sono resa conto osservando una foto scattata quest’estate mentre camminavo per le strade di Gallipoli. Non ho subito molte costrizioni, a parte la ginnastica rieducativa e lo stare composti a tavola. Tutte le altre attività motorie che ho fatto è perché le ho volute fare, danza classica, danza moderna, pallavolo. Anche se ho qualche dubbio sulla danza classica: avevo cinque anni e non ricordo di aver espresso questo desiderio. Comunque sono tutte attività che ho iniziato e non ho mai approfondito. Iniziate le scuole medie ho deciso che non potevo togliere “tempo” allo studio. Solo pattinare. Non che facessi una scuola, ma ogni pomeriggio dedicavo un’ora e più al pattinaggio, sulla terrazza di casa mia. Con questo non voglio dire che non facessi attività fisica. Anzi. Sono cresciuta in un’epoca in cui i genitori erano poco apprensivi e lasciavano i figli liberi. Quindi le mie corse in campagna, i miei mille giri in bicicletta, i giochi per strada con gli amici, sono tutte esperienze che ho fatto. Quello che voglio dire è che non facevo un’attività sportiva strutturata. Avevo l’idea di sviluppare il cervello. Che ciò che era importante era la cultura, i libri. Che lo sport era una cosa da bambini, bambini delle scuole elementari. Concezione quanto mai sbagliata. Così in prima media mi reputavo già grande, che le cose importanti erano i libri e che lo sport fosse un gioco, una perdita di tempo. Una persona adulta imprigionata in un corpo di bambina. Una sensazione che ho sempre avuto anche in adolescenza, e a dir la verità anche dopo. Ho sempre dimostrato meno anni. Un corpo poco sviluppato. Bassa. Magra. Poco femminile. Poco capace ad avere uno stile sensuale. Poco capace ad acconciare i capelli. Così sono stata e lo sono tutt’ora, timida, poco contatto fisico sia con gli uomini e sia con le donne. Poco “coccolosa”. Ricordo ancora il senso di fastidio di dover baciare ogni mattina i miei compagni di classe per salutarli. Era la moda del momento. Ora capisco quanto mi sbagliassi. Anche se in alcuni atteggiamenti affettuosi mi sento ancora fuori posto. Come se sbagliassi alcune cose.
Mi guardo allo specchio. Guardo i miei compagni di avventura. Chissà se anche loro hanno affrontato un viaggio nella memoria simile al mio. Cerco di percepire l’energia degli altri. I loro movimenti. Cerco di fondere il mio corpo con i corpi degli altri. Cerco di non pensare. Di lasciare libero il pensiero, il corpo. Lascio che il corpo sia guidato dalle emozioni. Ricerco un appiglio, un ricordo felice della mia infanzia, magari legato al mio corpo. Non ho dubbi: ginocchia. Perché mai ho scelto questo parola? Perché rappresenta la mia indipendenza, la mia autosufficienza, la mia libertà. Ho sempre avuto le ginocchia sbucciate e non ho ricordi di aver pianto. Anzi. Ormai per quante volte mi capitava, mi rialzavo e andavo a medicarmi da sola. Le mie cicatrici sono il mio orgoglio, ne vado fiera. Strano. Adesso osservo il mio ginocchio ed ho un livido. Non so come me lo sia fatto. Forse ho sbattuto troppo forte per terra durante la coreografia. Un livido che rivive nel ricordo di esperienze passate. Chiudo gli occhi e cerco di annullare nuovamente il pensiero. Voglio che il mio corpo esprima il mio “gesto autentico”. Difficile. Continuo a pensare di non riuscirci. Eppure inconsapevolmente il mio corpo si muove. Si sta dondolando. Avanti e indietro. Mi accorgo di muovermi e allora un flash. Proprio come mi è accaduto durante le riflessioni. La sensazione di essere sull’altalena, a casa di mia nonna. Però non sono io che induco il movimento, che do forza con le gambe. È come se una forza mi spingesse avanti e mi riportasse indietro. Sento una strana energia attorno a me. Percepisco che ognuno di noi si sta lasciando andare al proprio gesto autentico. Poi una forza negativa, un diniego che ho subito da parte dei miei genitori. Corro. E con rabbia urlo la parola: compleanno, e un luogo, il terrazzo della mia casa al mare. Ascolto le stesse emozioni nelle parole gridate dai miei compagni. Una domanda si fa largo nella mia mente: come mai ho proprio scelto la festa di compleanno di un mio amico, cui mio padre mi ha impedito di andare. Pian piano riesco a capire, ma è un discorso lungo, un’altra storia da raccontare.
E poi un dialogo di sensazioni scaturite dai nostri gesti autentici. È un caso, ma il mio dialogo è costruito con altre due ragazze che hanno la mia stessa iniziale del nome, S:
S: dondolarsi, avanti e indietro, in un ritmo, all’infinito;
S: non ripensare ma liberarsi;
S: stare sospesi in un altro mondo fuori dalla realtà;
S: è questa sensazione di sospensione che ricerco;
S: è questa sensazione che mi libera;
S: libera da ciò che è concreto.
Ho lasciato solo l’iniziale perché rileggendola e riascoltandola penso che possa essere anche un monologo, costruito da me stessa.
Dondolarsi, avanti e indietro, in un ritmo, all’infinito, non ripensare ma liberarsi; stare sospesi in un altro mondo fuori dalla realtà: è questa sensazione di sospensione che ricerco; è questa sensazione che mi libera, libera da ciò che è concreto.
Ora la rileggo e la ricollego alla frase iniziale:
“Quando tra il cielo e il mare, i pesci volanti, ciechi e vedenti insieme, scoprono come fulminati, un altro universo, come volete che non siano muti, i pesci volanti? Come potrebbe essere il loro canto?” (Luis Cardoza y Aragón).
Ricollego tutto al mio gesto autentico, al dondolarsi sull’altalena. Capisco come sia dentro di me questa sensazione di andare oltre. Di cercare sempre un significato profondo. Quando ero sull’altalena ero libera. I problemi della vita erano fuori. Entravo in un’altra dimensione. La stessa cosa mi accade quando scruto il mare. Cerco sempre di afferrare l’inafferabile. Ma capisco anche che c’è ancora qualcosa di più profondo. La forza che mi spinge. Nel mio gesto, non sono io che mi muovo, ma una forza esterna mi muove. Questa sensazione di sospensione. Come se stessi ancora nel limbo. Di non essere né fuori e né dentro.
Sorrido.
È ora che impari che siano le mie gambe a muovere l’altalena.
Senza memoria
PRIMA
Ho guardato il video girato durante le prove. Poco più di quattro minuti. Uno spiraglio, una traccia dello spettacolo che a distanza di poche ore avrei visto.
DURANTE
Il buio. Poche parole introduttive. Annullo il mio pensiero, pronta ad assorbire tutta l’energia, tutti i sentimenti scaturiti dai gesti, dall’espressione dei singoli movimenti.
DOPO
Sono in un’auto particolare. Nel tettuccio due finestrini. Appoggio la testa indietro e alzo lo sguardo. C’è la luna piena. Ed è così che in lei riguardo lo spettacolo. Sono pronta a rivivere le emozioni. Sensazioni mescolate al ricordo. Non ho più un corpo. Sono pura energia.. mi sento una bolla trasparente. Una bolla che danza insieme a Sisina e a Lorenzo. Si mescola tra i movimenti, i gesti. Assorbe le sensazioni e le fa sue. Poi all’improvviso si libera nell’aria e raggiunge la luna e da lì osserva in giù. Guarda dall’alto i due danzatori. Sono sullo sfondo. Sono il punto, il fulcro dove tutto inizia e dove tutto finisce. E in mezzo c’è l’esperienza. vivere senza memoria. La mente rincorre piccoli frammenti, non li riconosce e si dispera. Va incontro, sono così familiari, ma così distanti, sfumati. Cerco di raggiungerli, in movimenti ripetitivi, cercando di ricostruire un possibile passato. Diventano la mia via di fuga, ma anche la mia prigione. Avverto la sofferenza di chi ha il ricordo. Di chi conserva la mia memoria. E sono triste. Non per me. Ma per l’altro. Mi immergo negli oggetti. Li tocco. Non li riconosco, ma so che sono miei. Lo sento. Mi mandano un’energia particolare. Mi infondono una strana magia. E allora sorrido. Sorrido, sì sorrido. Attingo da questa energia, la forza, e capisco che è il mio modo di ricordare. E allora il mio gesto assume tutto un altro significato. Capisco quanto possano essere vuote le parole, e quanto forte possa essere il mio gesto. Attraverso la mia danza posso comunicare, posso trasmettere le mie emozioni, ed è così che finalmente mi riconosco nei miei oggetti. Non ricordo a cosa siano legati, a quale esperienza precisa della mia vita. Ma so con certezza che mi comunicano emozioni, energia e attraverso di esse vivo il mio presente potendo ancora buttare uno sguardo al mio passato. E comunicare tutto attraverso la mia danza. Sì sorrido.
Ovviamente è la mia interpretazione. Ciò che lo spettacolo mi ha lasciato. La mia prima impressione. Sisina, magnifica. Ogni movimento carico di significato. Ho capito cosa significa “trasmettere” al pubblico con il gesto e mi sento davvero fortunata ad essere sua allieva. Lorenzo, perfetto, una performance strabiliante. E Andrea, presenza sfumata, dai contorni sbiaditi, bravo. La musica, perfetta. La fisarmonica, mi ha catturato.
Complimenti a tutti, anche a quelli che non sono stati sul palco, ma che hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo:
Sisina Augusta e Lorenzo Pagani
Andrea Alessandri
Walter Bagnato
Alessandra Damato
Pierre Martinazzi
Tiziana Cantarella
Tamara Alderighi
Grazie