Sunlight

......C'è sempre il Risveglio dopo ogni notte, che sia stata piena di incubi o di bellissimi sogni, .....
mercoledì, 21 maggio 2008

RICHIAMO

Un saluto alla terra, un saluto al cielo. I tamburi scandiscono un ritmo calmo, costante. Un richiamo. Prima come un eco lontano, poi incessantemente il ritmo arriva al mio animo. Il mio corpo freme, i muscoli si tendono e si rilasciano. Il pensiero però è sempre ancorato al quotidiano. Rimane vigile. Eppure sento questo richiamo sempre più forte, sempre più opprimente. Tutto intorno a me risponde; tutto mi invita a danzare, a lasciare che il ritmo invada il mio corpo, che invada il mio pensiero. Prima un braccio, poi l’altro. Prima un piede, poi l’altro. Il pensiero si arrende a questa forza misteriosa. È una resa liberatoria. È una resa che induce serenità. Comincio a danzare.[...]
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lunedì, 21 aprile 2008

PENSIERI SCONNESSI IN UNA NOTTE DI QUASI LUNA PIENA

 

"Un’immagine fumosa, eterea. Un fascio lunare bianco, intenso che attraverso i rami di un albero maestoso raggiunge la terra, sfiora i fili d’erba protesi verso il cielo. E lì, immobile, ti ho visto. Il candore della luna ti donava un aspetto angelico. Una donna di altri tempi. Una donna fuori dal tempo, di un’altra dimensione dove il ritmo dell’orologio scandisce un’altra danza. Osservavo tutto di te, i tuoi lunghi capelli biondi e il tuo vestito bianco, i tuoi movimenti, lenti e dolci. I nostri sguardi si sono incontrati e mi hai detto di seguirti. Ero ipnotizzata da te. Così ti ho seguito ed ho osservato attraverso i tuoi occhi."  [....]

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mercoledì, 27 febbraio 2008

avatar17

L’arcobaleno è un fenomeno affascinante… la luce che viene scomposta…e possiamo percepire le varie lunghezze d’onda. A me piace pensare che sia un fenomeno magico. Ogni volta che ne vedo uno sorrido e quasi mi commuovo. Oggi ne volevo vedere uno, e così ho chiuso gli occhi….ma non mi è bastato. Allora ho cercato un’immagine in internet, e l’ho fatta mia. Accompagnata dalla magnifica Somewhere over the rainbow/What a Wonderful World, versione di Israel Kamakawiwo'ole. 31 anni fa è iniziato il mio cammino. A volte mi sono persa, ma nonostante il dolore e i momenti di incertezza sono felice di essere ancora sulla strada. Oggi mi piace pensare di passeggiare sull’arco colorato spensierata, allegra, leggera… e soffio sulle mie candeline …. Un altro desiderio è stato espresso…

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lunedì, 04 febbraio 2008

Gesto Autentico

“Quando tra il cielo e il mare, i pesci volanti, ciechi e vedenti insieme, scoprono come fulminati, un altro universo, come volete che non siano muti, i pesci volanti? Come potrebbe essere il loro canto?” (Luis Cardoza y Aragón).

È venerdì sera e questa frase regalatami da un mio amico mi entra nella mente. Mi colpisce. Riassume una sensazione che mille volte ho provato scrutando l’orizzonte, seduta sulla battigia della mia spiaggia. Scrutavo la congiunzione del mare e del cielo, al di là dell’orizzonte, proprio immersa in un’altra dimensione, in un’altra realtà. Non lo sapevo ancora, ma era una frase profetica. Una frase che avrebbe guidato la mia memoria in un cammino verso il passato, verso ricordi e sensazioni sepolte.

Sabato mattina in treno. Rileggo la frase e cerco di rispondere al mio amico. Già comincio un viaggio personale, un viaggio nella memoria. Inconsapevolmente preparavo il terreno per ciò che da lì a poche ore mi sarebbe stato richiesto.

Sono a Trento. Sono in una palestra al seminario di teatrodanza dal titolo Gesto Autentico. Con me altri 15 ragazzi curiosi come me di vedere e scoprire dove Sisina ci condurrà. La struttura del corpo, fatta di carne e ossa, uguale per tutti, derivante dal proprio patrimonio genetico, e l’atteggiamento posturale, quello influenzato dalle nostre esperienze, dalle nostre emozioni. Guardo il mio corpo, lo osservo. Comincio a percepire ogni singolo muscolo, ogni singola parte del mio corpo.

Ed ecco le domande, le riflessioni. La storia della mia nascita, le condizioni prenatali genitoriali. Primi ricordi di movimento. Tecniche di addestramento. Ambiente in cui sono vissuta. Commenti relativi all’aspetto corporeo che ho subito. Il mio atteggiamento verso la sensualità e la sessualità.

Sono riflessioni sulla mia struttura corporea. Cerco di pensare solo al mio corpo, solo alla struttura corporea, eppure non riesco a scindere dai ricordi. Riaffiorano nella mente tanti episodi, tante sensazioni e non riesco a slegarle dalla struttura del mio corpo. Rispondere alle singole domande solo dal punto di vista corporeo non mi basta, voglio andare oltre. Andare dentro alle sensazioni che pian piano risalgono in superficie. Così ogni riflessione diventa uno spunto di elaborazione della mia persona, di come sono adesso e di come ero allora, tanti anni fa. Ricostruisco la mia storia. Alcuni pezzi. Giusto un’infarinatura per ogni punto.

I miei genitori avevano già una figlia e dopo circa cinque anni e mezzo sono nata io alle 23.45 del 27 febbraio di quasi 31 anni fa. Mia mamma era felice, godeva di ottima salute, insomma le sue condizione psicofisiche erano buone. Ero una figlia desiderata, anche se in realtà mio padre voleva un maschio. Credo che questo desiderio di mio padre abbia molto influenzato il mio atteggiamento, il mio comportamento. Tutt’ora posso dire che a volte mi sento un maschio, che affronto alcune situazioni con atteggiamento maschile. Cerco di distogliere il mio pensiero da questa elaborazione. Cerco di concentrare la memoria sul mio corpo di bambina. Cerco di ricordare i primi movimenti. È difficile. Mi sembra di confondere i ricordi con le fotografie e i racconti di mia madre. Chiudo gli occhi e mi lascio guidare dalla memoria. Riaffiora la sensazione di libertà. Mi rivedo bambina, sempre in corsa ovunque, in giardino per le scale, sulla rampa del garage; e sui pattini sulla terrazza. I primi movimenti vividi che ho, le mie corse e le mie cadute con le ginocchia sempre rotte, sbucciate. Rivedo il mio ambiente, la mia casa, la mia strada, ma soprattutto il mare. Il mio caro e amato mare. Improvvisamente un ricordo si fa spazio mentre contemplo l’immensità blu dell’acqua salata. Mi rivedo bambina sull’altalena. Sono in montagna a casa di mia nonna. Sono sull’altalena costruita da mio zio, il fratello di mia mamma. Semplice. Un’altalena semplice fatta da una lunga catena e un’asse di legno, appesa ad una trave della “suppinna”, una costruzione rurale una specie di cantina aperta, senza porta, posta al di sotto della casa di mia nonna. Ed ecco di nuovo la sensazione di libertà, la sensazione di indefinito. Guardo il mondo che mi sta attorno con gli occhi di bambina. Osservo il cielo e la montagna che ho di fronte, che ad ogni mio movimento si allontana e si avvicina. Mi guardo allo specchio. Cerco di ricordare il mio corpo. Di come ero. Quali apprezzamenti potesse fare mia madre. Questo è facile. I miei genitori dicevano sempre che ero troppo magra. Che ero una disperazione. Che non mangiavo mai. Terribile. Sorrido guardandomi adesso. Non sembro proprio una persona che potesse essere magra. Eppure era così. Ricordo le ossa sporgenti della mia cassa toracica. Ricordo che quando respiravo profondamente si poteva vedere l’incavo dello stomaco e la mia cassa toracica storta, con le costole della parte destra più in alto. Sembravo una bambina del Biafra, non così pelle e ossa, ma quasi, e senza pancia gonfia. Ora mi sento così stupida e sciocca pensando a quanti bambini siano morti per mancanza di cibo. Inaspettatamente una frase riecheggia nella mia mente <cammini come tuo padre, con i piedi alla “dieci e dieci”>. Non ricordo chi lo disse, ma sicuramente mia sorella o mia madre, so per certo che sono dovuta andare in palestra per correggere questo difetto che a dir la verità non ho corretto, cammino ancora con i piedi alla “dieci e dieci”. Non sempre ma lo faccio, me ne sono resa conto osservando una foto scattata quest’estate mentre camminavo per le strade di Gallipoli. Non ho subito molte costrizioni, a parte la ginnastica rieducativa e lo stare composti a tavola. Tutte le altre attività motorie che ho fatto è perché le ho volute fare, danza classica, danza moderna, pallavolo. Anche se ho qualche dubbio sulla danza classica: avevo cinque anni e non ricordo di aver espresso questo desiderio. Comunque sono tutte attività che ho iniziato e non ho mai approfondito. Iniziate le scuole medie ho deciso che non potevo togliere “tempo” allo studio. Solo pattinare. Non che facessi una scuola, ma ogni pomeriggio dedicavo un’ora e più al pattinaggio, sulla terrazza di casa mia. Con questo non voglio dire che non facessi attività fisica. Anzi. Sono cresciuta in un’epoca in cui i genitori erano poco apprensivi e lasciavano i figli liberi. Quindi le mie corse in campagna, i miei mille giri in bicicletta, i giochi per strada con gli amici, sono tutte esperienze che ho fatto. Quello che voglio dire è che non facevo un’attività sportiva strutturata. Avevo l’idea di sviluppare il cervello. Che ciò che era importante era la cultura, i libri. Che lo sport era una cosa da bambini, bambini delle scuole elementari. Concezione quanto mai sbagliata. Così in prima media mi reputavo già grande, che le cose importanti erano i libri e che lo sport fosse un gioco, una perdita di tempo. Una persona adulta imprigionata in un corpo di bambina. Una sensazione che ho sempre avuto anche in adolescenza, e a dir la verità anche dopo. Ho sempre dimostrato meno anni. Un corpo poco sviluppato. Bassa. Magra. Poco femminile. Poco capace ad avere uno stile sensuale. Poco capace ad acconciare i capelli. Così sono stata e lo sono tutt’ora, timida, poco contatto fisico sia con gli uomini e sia con le donne. Poco “coccolosa”. Ricordo ancora il senso di fastidio di dover baciare ogni mattina i miei compagni di classe per salutarli. Era la moda del momento. Ora capisco quanto mi sbagliassi. Anche se in alcuni atteggiamenti affettuosi mi sento ancora fuori posto. Come se sbagliassi alcune cose.

Mi guardo allo specchio. Guardo i miei compagni di avventura. Chissà se anche loro hanno affrontato un viaggio nella memoria simile al mio. Cerco di percepire l’energia degli altri. I loro movimenti. Cerco di fondere il mio corpo con i corpi degli altri. Cerco di non pensare. Di lasciare libero il pensiero, il corpo. Lascio che il corpo sia guidato dalle emozioni. Ricerco un appiglio, un ricordo felice della mia infanzia, magari legato al mio corpo. Non ho dubbi: ginocchia. Perché mai ho scelto questo parola? Perché rappresenta la mia indipendenza, la mia autosufficienza, la mia libertà. Ho sempre avuto le ginocchia sbucciate e non ho ricordi di aver pianto. Anzi. Ormai per quante volte mi capitava, mi rialzavo e andavo a medicarmi da sola. Le mie cicatrici sono il mio orgoglio, ne vado fiera. Strano. Adesso osservo il mio ginocchio ed ho un livido. Non so come me lo sia fatto. Forse ho sbattuto troppo forte per terra durante la coreografia. Un livido che rivive nel ricordo di esperienze passate. Chiudo gli occhi e cerco di annullare  nuovamente il pensiero. Voglio che il mio corpo esprima il mio “gesto autentico”. Difficile. Continuo a pensare di non riuscirci. Eppure inconsapevolmente il mio corpo si muove. Si sta dondolando. Avanti e indietro. Mi accorgo di muovermi e allora un flash. Proprio come mi è accaduto durante le riflessioni. La sensazione di essere sull’altalena, a casa di mia nonna. Però non sono io che induco il movimento, che do forza con le gambe. È come se una forza mi spingesse avanti e mi riportasse indietro. Sento una strana energia attorno a me. Percepisco che ognuno di noi si sta lasciando andare al proprio gesto autentico. Poi una forza negativa, un diniego che ho subito da parte dei miei genitori. Corro. E con rabbia urlo la parola: compleanno, e un luogo, il terrazzo della mia casa al mare. Ascolto le stesse emozioni nelle parole gridate dai miei compagni. Una domanda si fa largo nella mia mente: come mai ho proprio scelto la festa di compleanno di un mio amico, cui mio padre mi ha impedito di andare. Pian piano riesco a capire, ma è un discorso lungo, un’altra storia da raccontare.

E poi un dialogo di sensazioni scaturite dai nostri gesti autentici. È un caso, ma il mio dialogo è costruito con altre due ragazze che hanno la mia stessa iniziale del nome, S:

S: dondolarsi, avanti e indietro, in un ritmo, all’infinito;

S: non ripensare ma liberarsi;

S: stare sospesi in un altro mondo fuori dalla realtà;

S: è questa sensazione di sospensione che ricerco;

S: è questa sensazione che mi libera;

S: libera da ciò che è concreto.

Ho lasciato solo l’iniziale perché rileggendola e riascoltandola penso che possa essere anche un monologo, costruito da me stessa.

Dondolarsi, avanti e indietro, in un ritmo, all’infinito, non ripensare ma liberarsi; stare sospesi in un altro mondo fuori dalla realtà: è questa sensazione di sospensione che ricerco; è questa sensazione che mi libera, libera da ciò che è concreto.

Ora la rileggo e la ricollego alla frase iniziale:

“Quando tra il cielo e il mare, i pesci volanti, ciechi e vedenti insieme, scoprono come fulminati, un altro universo, come volete che non siano muti, i pesci volanti? Come potrebbe essere il loro canto?” (Luis Cardoza y Aragón).

Ricollego tutto al mio gesto autentico, al dondolarsi sull’altalena. Capisco come sia dentro di me questa sensazione di andare oltre. Di cercare sempre un significato profondo. Quando ero sull’altalena ero libera. I problemi della vita erano fuori. Entravo in un’altra dimensione. La stessa cosa mi accade quando scruto il mare. Cerco sempre di afferrare l’inafferabile. Ma capisco anche che c’è ancora qualcosa di più profondo. La forza che mi spinge. Nel mio gesto, non sono io che mi muovo, ma una forza esterna mi muove. Questa sensazione di sospensione. Come se stessi ancora nel limbo. Di non essere né fuori e né dentro.

Sorrido.

È ora che impari che siano le mie gambe a muovere l’altalena.

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mercoledì, 23 gennaio 2008

22-31 gennaio al Teatro Libero di Milano: spettacolo di Sisina Augusta SENZA MEMORIA
www.teatripossibili.it

Prime impressioni dopo lo spettacolo

Senza memoria

 

PRIMA

Ho guardato il video girato durante le prove. Poco più di quattro minuti. Uno spiraglio, una traccia dello spettacolo che a distanza di poche ore avrei visto.

DURANTE

Il buio. Poche parole introduttive. Annullo il mio pensiero, pronta ad assorbire tutta l’energia, tutti i sentimenti scaturiti dai gesti, dall’espressione dei singoli movimenti.

DOPO

Sono in un’auto particolare. Nel tettuccio due finestrini. Appoggio la testa indietro e alzo lo sguardo. C’è la luna piena. Ed è così che in lei riguardo lo spettacolo. Sono pronta a rivivere le emozioni. Sensazioni mescolate al ricordo. Non ho più un corpo. Sono pura energia.. mi sento una bolla trasparente. Una bolla che danza insieme a Sisina e a Lorenzo. Si mescola tra i movimenti, i gesti. Assorbe le sensazioni e le fa sue. Poi all’improvviso si libera nell’aria e raggiunge la luna e da lì osserva in giù. Guarda dall’alto i due danzatori. Sono sullo sfondo. Sono il punto, il fulcro dove tutto inizia e dove tutto finisce. E in mezzo c’è l’esperienza. vivere senza memoria. La mente rincorre piccoli frammenti, non li riconosce e si dispera. Va incontro, sono così familiari, ma così distanti, sfumati. Cerco di raggiungerli, in movimenti ripetitivi, cercando di ricostruire un possibile passato. Diventano la mia via di fuga, ma anche la mia prigione. Avverto la sofferenza di chi ha il ricordo. Di chi conserva la mia memoria. E sono triste. Non per me. Ma per l’altro. Mi immergo negli oggetti. Li tocco. Non li riconosco, ma so che sono miei. Lo sento. Mi mandano un’energia particolare. Mi infondono una strana magia. E allora sorrido. Sorrido, sì sorrido. Attingo da questa energia, la forza, e capisco che è il mio modo di ricordare. E allora il mio gesto assume tutto un altro significato. Capisco quanto possano essere vuote le parole, e quanto forte possa essere il mio gesto. Attraverso la mia danza posso comunicare, posso trasmettere le mie emozioni, ed è così che finalmente mi riconosco nei miei oggetti. Non ricordo a cosa siano legati, a quale esperienza precisa della mia vita. Ma so con certezza che mi comunicano emozioni, energia e attraverso di esse vivo il mio presente potendo ancora buttare uno sguardo al mio passato. E comunicare tutto attraverso la mia danza. Sì sorrido.

 

Ovviamente è la mia interpretazione. Ciò che lo spettacolo mi ha lasciato. La mia prima impressione. Sisina, magnifica. Ogni movimento carico di significato. Ho capito cosa significa “trasmettere” al pubblico con il gesto e mi sento davvero fortunata ad essere sua allieva. Lorenzo, perfetto, una performance strabiliante. E Andrea, presenza sfumata, dai contorni sbiaditi, bravo. La musica, perfetta. La fisarmonica, mi ha catturato.

Complimenti a tutti, anche a quelli che non sono stati sul palco, ma che hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo:

Sisina Augusta e Lorenzo Pagani
Andrea Alessandri
Walter Bagnato
Alessandra Damato
Pierre Martinazzi
Tiziana Cantarella
Tamara Alderighi

 

Grazie

 

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mercoledì, 16 gennaio 2008

àncora

...guardo fuori dalla finestra del mio ufficio. inseguo con lo sguardo le mille nuvole grigie che riempiono il cielo. è tutto grigio, color piombo. riflettono il mio animo tomentato. mille dubbi. avrò fatto la scelta giusta? me lo chiedo sempre. mi pongo sempre la stessa domanda: perché mai ti avrò incontrato? da quando le nostre strade si sono incrociate le mie certezze sono svanite. ricerco la mia serenità di un tempo. ci sono giorni che il pensiero di te è ossessivo. non riesco a metterti in un angolo. eppure è la scelta che abbiamo abbracciato. sono certa di questo, è l'unica mia certezza. chissà se anche tu ti poni le stesse mie domande. chissà se stai scrutando il cielo così come lo sto facendo io, in cerca di risposte. so che non siamo uguali, anche se molto simili. è proprio la nostra somiglianza che ci ha ingannati. ci ha fatto perdere le nostre essenze, cercando di seguire un miraggio, ciò che non può essere condivisibile. in questo modo abbiamo solo fatto del male a noi stessi. almeno è quello che penso. c'è una motivazione, uno scopo arcano a tutto questo? domande da un miglione di dollari, come sempre. a volte chiudo gli occhi e lascio che il pensiero diventi leggero. che possa scivolare in tranquillità. in questi momenti sento di essere libera. ma è un'illusione, la realtà bussa sempre e si fa largo portando tutta la sua spregiudicatezza. e così passo dopo passo la affronto. cerco un senso. cerco un significato alle cose che mi accadono. non è sempre facile. ma ci sarà un motivo per cui siamo al mondo, o no? scrivo queste parole per non dimenticare. a volte la mente è così subdola. la memoria presta i suoi servigi a ciò che più le piace. allora annoto queste parole, per non lasciare che il mio viaggio sul fiume della vita possa andar perduto. per non lasciare che i tormenti siano dimenticati. per constatare i mutamenti del tempo sui pensieri, sulle emozioni. momento travagliato questo. momento di incertezza. mi sento come una boa in balia delle maree. spero solo che la corda della mia ancora non si spezzi. ....
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lunedì, 03 dicembre 2007

IL PRANZO DI BABETTE

oggi vi racconto una storia. una storia dove realtà e finzione si intrecciano in un vortice di magia. si confondono e diventano un tutt'uno di sensazioni e di movimento.
sono le nove di un sabato mattina e mi trovo in stazione. ho il treno tra venti minuti e con calma mi dirigo alla macchinetta automatica per stampare il biglietto del treno. devo andare a Milano. mi aspettano per un pranzo. non so chi saranno i miei commensali. so soltanto che ci è stato chiesto di portare una ricetta. una ricetta che sia legata ad un ricordo, che sia stata consumata in un pranzo a cui ho partecipato. mentre pensavo alla mia ricetta distrattamente digito le istruzioni per stampare il biglietto del treno. ad un certo punto leggo  l'inquietante scritta: posti esauriti. guardo perplessa il video e non riesco a capire  perché mai  la macchinetta si rifiuta di stampare il mio biglietto interregionale. rifaccio la procedura e attonita mi accorgo che il treno selezionato non era un interregionale ma un cisalpino con obbligo di prenotazione posti. il panico si dilaga dentro di me. come un bicchiere rovesciato espande il suo contenuto, così mille pensieri si accalcavano nella mia mente. cavolo io odio arrivare in ritardo. questa mia sbadataggine proprio non ci voleva. avviso del mio ritardo e annego nella mia ansia. cerco di tranquillizzare il mio animo. di non pensare al mio errorre. così compro un libro e mi distraggo nella lettura. dopo due ore riesco finalmente a partire. continuo a leggere il mio libro. poi una strana sensazione mi desta dalla mia lettura. è il tono della voce del mio vicino che stava tranquillamente chiachierando con un altro viaggiatore. lo guardai. e vidi il suo dolore nello sguardo. le labbra sorridevano ma gli occhi erano carichi di tristezza. allora ascoltai ciò che stava raccontando. la storia di suo figlio. un figlio che senza alcun motivo apparente aveva interrotto i suoi rapporti con la famiglia di origine. ogni tanto diceva: " ah, ma quello lì è sempre stato la mela marcia". nonostante esponesse la sua storia con tranquillità e consapevolezza di genitore che sa di non aver fatto nulla di così grave da giustificare l'allontanamento del proprio figlio, io leggevo nel suo sguardo, nella sua espressione l'ineluttabilità della situazione e un grande grande dolore. chiusi il libro e mi voltai a guardare il panorama che scorreva al di là del finestrino. guardai in lontananza e pensai alla mia ricetta. poi mi feci cullare dai ricordi: prima a sinistra e poi a destra, prima un ricordo poi l'altro in un ritmo affettuoso, in un abbraccio materno. mi lasciai cullare così per un po', a lenire l'ansia e il dolore trasmessi empaticamente. lasciai che la mente corresse liberamente tra i ricordi. vidi me stessa in cerca di risposte, alla ricerca affannata della giusta strada da percorrere. mi rividi bambina, quando tutto era più semplice, quando il gioco era la massima preoccupazione. e ogni tanto il ricordo del pranzo legato alla mia ricetta faceva capolino, portandomi sensazioni, odori, colori. andavo incontro al mio ricordo pian piano e  poi sempre con più decisione e con la stessa forza lo respingevo. ero indecisa a quale ricordo legato alla mia ricetta portare. lasciai questa decisione sospesa. e intanto la mia mente correva indietro nel tempo quando mangiare per me voleva dire tortura e per mia madre disperazione. ricordo le mie labbra serrate. il mio viso nascosto tra le braccia a difendermi dalle incursioni di mia madre che tentava ogni stratagemma per alimentarmi. così i miei pranzi erano passeggiate in giardino ad osservare i fiori. a giocare con gli animali. tutto per distrarmi da ciò che mia madre tentava di infilarmi in bocca. e penso alla sua pazienza di sbucciarmi gli acini d'uva, togliere i semini e nasconderci dentro pezzetti di carne. tutto per nutrirmi. sono stata terribile. ho dato molta pena e angoscia ai miei genitori per il cibo. ed ogni volta che ci penso non posso non riconoscere tutto l'affetto e l'amore di mio padre e soprattutto di mia madre. sorrido tra le braccia di mia madre. e intanto cerco di decidere la situazione della mia ricetta, prima a sinistra e poi a destra in una danza di curiosità, in un ritmo sempre più veloce, in una corsa liberatoria. affondo le mani nella mia ricetta, così come si affonda nella neve: alzo gli occhi; sono giunta a destinazione, sono giunta al mio pranzo. sono pronta.
Mi unisco ai miei commensali. una porta si apre. dall'uscio posso intravedere una tavola imbadita di ogni prelibatezza. le candele accese donano un'atmosfera mistica. in silenzio ognuno di noi si siede al proprio posto. ci guardiamo timidamente. con fare incerto iniziamo il nostro pranzo. ogni tanto qualcuno raccontava la propria ricetta. ascoltavo ogni parola. cercavo di carpire le emozioni dell'altro nei suoi gesti, nel suo sguardo. eravamo in un silenzio religioso. e la luce delle candele donava una sensazione calda, accogliente. come per osmosi sentivo che le emozioni degli altri mi entravano nell'animo, anche se non riuscivo a darne forma e valenza. mi sentivo un accumulatore di energia, un'energia che chiedeva di essere espressa, così una lacrima mi ha rigato il volto all'improvviso. velocemente ho asciugato il viso, sperando che nessuno se ne fosse accorto. il mio vicino mi sussurra -" dai sù racconta la tua ricetta". e così cominciai.
"la mia ricetta è una ricetta tradizionale. Si prepara la prima volta il 22 novembre, di Santa Cecilia per assaggiare l'olio novello e poi si rifà durante le feste natalizie. almeno è quello che succede nella mia famiglia. ah dimenticavo, si chiamano pettole. sì lo so è un nome buffo, ma è il suo nome, almeno è così che si chiamano in provincia di Taranto. l'atmosfera che si crea è di anticamera a quella che si respira durante le feste natalizie. è una ricetta semplice: farina, acqua, sale, lievito di birra e tanto olio per la frittura. ho scelto questa ricetta perché è densa di significati. è legata a tante situazioni, a tante cene bellissime. è legata a due situazioni specifiche: la famiglia e l'amicizia. se dovessi riassumere con una parola il suo significato direi sicuramente comunità. perché non è tanto il momento del consumo effettivo del cibo quanto tutto ciò che precede la cena. la preparazione della pasta e l'attesa della sua lievitazione. in famiglia si era soliti attendere seduti a chiacchierare vicino al caminetto. io ogni tanto sbirciavo l'andamento della lievitazione e affondavo il dito nella pasta rubandone un pochetto. mi piace il sapore della pasta cruda. è un'esplosione amarognola dovuta al lievito di birra. alcune volte con i miei fratelli e le mie sorelle ingannavo il tempo giocando, specialmente durante le feste natalizie, a tombola o a carte. è una ricetta che mi scalda il cuore. una ricetta che mi ricorda l'affetto e il calore familiare. vi ho detto che ha anche una connotazione amichevole. sì perché da quando sono andata via di casa il 22 novembre seguo la tradizione e preparo le pettole. non più con la mia famiglia. è una buona occasione per cenare con i miei amici. fare la spesa insieme, trovarci a casa mia. trascorrere del tempo condividendo storie e burlandoci a vicenda. non è più mia madre ma sono io che affondo le mie mani nella farina e preparo la pasta. sono io che stringo nel mio pugno e formo delle piccole palline da friggere nell'olio bollente. ogni tanto mi perdo nel colore dorato dell'olio. mi sento libera e serena proprio come se fossi davanti al mare a scrutare l'orizzonte. le risate dei miei amici mi riempiono l'anima di allegria e spensieratezza. proprio così: le pettole per me vogliono dire comunità e affetto."
questo è ciò che avrei voluto raccontare, ma le mie emozioni erano bloccate alla bocca dello stomaco e non volevano proprio uscire. mi limitai ad accennare lievemente al significato emotivo della mia ricetta. rimasi in silenzio e attesi i racconti degli altri.
sono sul treno di ritorno. guardo dal finestrino e ancora riecheggiano nella mia mente le parole di un commensale:
*"L'uomo amici miei è fragile e stolto. a tutti noi è stato detto che la grazia deve essere ricercata nell'universo. ma tanta è la nostra umana stoltezza e imprevidenza che immaginiamo la grazia divina essere finita. e perciò tremiamo...[...] ma viene il giorno in cui i nostri occhi si aprono e vediamo e capiamo che la grazia è invece infinita. la grazia, amici miei, ci chiede soltanto di aspettarla con fiducia e di accoglierla con riconoscenza. [...]"*
squilla il telefono. la mia amica che mi ha ospitato per la notte ha letto la mia lettera di saluto. era emozionata e commossa e congedandomi mi ha detto:"non smettere di scrivere. e liberati. regalati agli altri. è una sensazione stupenda".
ho chiuso gli occhi e ho sorriso. a mio modo cercherò di farlo.

*testo tratto da "il pranzo di Babette" di Karen Blixen.

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venerdì, 30 novembre 2007

 Il Testamento di Tito di Fabrizio De Andrè

Tito:
"Non avrai altro Dio all'infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall'est
dicevan che in fondo era uguale.

Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:

ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:

quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che riguargitan salmi
di schiavi e dei loro padroni

senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore:
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:

guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:

ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:

nei letti degli altri già caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore".
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categoria: canzoni


martedì, 27 novembre 2007

sono molto contenta. ieri qualcuno è riuscito a farmi una sorpresa del tutto inaspettata. ho ricevuto un pacco. un pacco contenente una maglietta, quella con il logo della community cui sono iscritta. ero davvero euforica. mi ci voleva questa ventata di allegria. e oggi il sole testimonia la felicità del mio cuore. piccoli segni che cambiano la giornata. sono contenta di aver conosciuto F., anche solo virtualmente. certo mi rende triste l'enorme distanza che ci separa, e il non poter rendere il rapporto virtuale anche reale. ma questa è la storia della mia vita. molte persone cui tengo non abitano nella mia stessa città e si fa fatica a incontrarsi. vabbè vabbè... ora mi godo questi attimi di euforia!
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categoria: diario


giovedì, 22 novembre 2007

 fiamma di fiammifero

due luci rosse di un'auto
che si allontana in lontananza
rimango a guardare te
che ti allontani per sempre
una lacrima sgorga sul mio viso
e i ricordi riaffiorano
portando gli attimi di
tranquillità, gli attimi di
serenità passati insieme.
Ripenso ai momenti fugaci
alla gioia di ritrovarsi nei tuoi occhi...
il mio cuore trabocca di felicità
pensando al tuo sguardo
a come mi guardavi, alla tua espressione
carica di amore.
un tenero abbraccio a lenire
le sofferenze della vita
un tenero abbraccio a confermare
il nostro affetto
tutto nel tempo di un fiammifero
che consuma la sua fiamma.
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categoria: percorsi dell anima, teatrodanza


giovedì, 08 novembre 2007

Ci sono giorni in cui un'immagine, un profumo penetra nel mio animo e al calar della sera riaffiora portando con sè i ricordi più belli, le emozioni conservate gelosamente nella memoria.
E' così che all'improvviso il calore della mia terra scorre nelle vene portando immagini, suoni, odori a me cari.
Il rosso della terra, e il sole sempre splendente anche nelle scure e fredde giornate di inverno. Gli ulivi, che con le loro chiome sono stati testimoni di tanti avvenimenti e che in autunno i loro frutti spremuti infondono nell'aria l'inconfondibile e pungente profumo di olio novello. Il pomodoro, essenziale ingrediente di ogni pietanza.
Ma più di ogni altra cosa mi raggiungi tu, mio caro mare. Il tuo dolce canto mi tranquillizza e mi dona serenità; il tuo ruggito in tempesta mi scuote e mi dona vigore; i tramonti sulle tue acque mi riempiono di gioia. Seduta sulla battigia ti ho affidato i miei mille pensieri. Ho scrutato l'orizzonte in cerca di risposte.... A te ho dedicato parole, piccoli frammenti dell'anima.
Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dai ricordi e tutto ha un sapore così dolce ed inebriante...
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categoria: percorsi dell anima


venerdì, 26 ottobre 2007

Balla coi cuochi

Il profumo degli ingredienti
mescolati in un'armonia di delizia
un piatto che diventa un quadro
un'opera d'arte per il palato
questa magia di sapori e colori
accompagnati da un'energia in movimento...
I passi decisi, il movimento fluido...
I corpi esprimono la magia di ogni ricetta
preparata con cura e sentimento
donano allo spettatore una visione illusoria
dove il tempo e lo spazio non hanno significato
Lo stupore si allarga sul viso
in un indimenticabile momento
un attimo, un sospiro e gli animi
si parlano, danzano al ritmo
del battito del proprio cuore
e la sala si tinge di rosso...
rosso come passione
rosso come calore
rosso come vita.
E nello scorrere del tempo l'animo
sussulta felice di imprimere nella memoria
l'esperienza vissuta....
Quando la magia di un cuoco
incontra la magia di Sisina...
...in una fusione di emozione, di arte.



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mercoledì, 17 ottobre 2007

Richiamo

Un uragano travolge il mio animo
si espande dentro di me con tutta la sua forza
è un mare in tempesta
che scarica la sua violenza sugli scogli
Odo il suo ruggito
il suo richiamo
è più forte di ogni pensiero di ogni azione
Resisto, ma è dura.
Mi affascina e mi attrae
come un canto di sirene
e vorrei tanto abbandonarmi
e perdermi nelle sue acque.
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lunedì, 01 ottobre 2007

Aspettando l'inizio

Il sole fa capolino tra le nuvole
riscalda la mia pelle infreddolita
dalla brezza di fine settembre
il cuore sussulta
è in attesa
ma sa già che il tempo
dei sospiri e degli indugi è terminato
I piedi fremono sotto la scrivania
e i muscoli a fatica si destano dal loro torpore
Nell'aria si sente già una strana energia
si diffonde da dentro a fuori
da fuori a dentro di me
è un richiamo alla musica, è un richiamo
all'espressione, un richiamo alla poesia
Ed è così che le emozioni bussano alla mia porta
Un sorriso, un pianto, un abbraccio, una lacrima....
aspettano solo di esser espressi
di esser composti, di esser condotti
da una direttrice eccezionale....
La sua bacchetta dirige con magia
uno spettacolo di incredibile armonia
ed è presto danza....anzi....TEATRODANZA.
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venerdì, 14 settembre 2007

In punta di piedi

In punta di piedi mi sono avvicinata a te dormiente
le mie labbra vicino al tuo orecchio
a sussurrare parole segrete, parole mai dette
In punta di piedi mi sono allontanata
e ho volteggiato sù nel cielo tra le stelle
ho giocato con le nuvole e parlato alla luna
e danzando ho costruito immagini di noi due
seguendo la musica del mio cuore
son tornata da te, te dormiente
ho depositato un leggero bacio sulla tua fronte
In punta di piedi son tornata nel mio nido
Le mie amiche stelle mi hanno tenuto compagnia
fino al mio abbraccio con Morfeo
cantando una dolce nenia
a tranquillizzare il mio animo irrequieto.
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